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Nessuna immagine di riferimento per non essere … omofobici.
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L’ omofobia “può essere definita come una paura e un’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità e di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (GLBT), basata sul pregiudizio e analoga al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo e al sessismo“[1]. Con il termine “omofobia” quindi si indica generalmente un insieme di sentimenti, pensieri e comportamenti avversi all’omosessualità o alle persone omosessuali[2].
Il sessismo è comunemente considerato una forma di discriminazione tra gli esseri umani basata sul genere sessuale. Un atteggiamento sessista si può manifestare in alcune convinzioni, ad esempio:
- la presunta superiorità o il presunto maggior valore di un genere rispetto all’altro.
- la presunta superiorità o il presunto maggior valore di un sesso rispetto all’altro.
- l’odio per le donne (misoginia) o per gli uomini (misandria).
- l’attitudine ad inquadrare maschi e femmine in base agli stereotipi di genere ed ai relativi pregiudizi.
- assegnare arbitrariamente qualità (positive o negative) in base al sesso.
Le diverse definizioni di omofobia proposte possono essere sintetizzate in tre principali prospettive: accezione pregiudiziale, accezione discriminatoria e accezione psicopatologica:[3]
- l’accezione pregiudiziale considera come omofobia qualsiasi giudizio negativo nei confronti dell’omosessualità. In questa definizione vengono considerate manifestazioni di omofobia anche tutte le convinzioni personali e sociali contrarie all’omosessualità come ad esempio: la convinzione che l’omosessualità sia patologica, immorale, contronatura, socialmente pericolosa, invalidante; la non condivisione dei comportamenti delle persone omosessuali e delle rivendicazioni sociali e giuridiche delle persone omosessuali. Non rientra in questa accezione la conversione in agito violento o persecutorio nei confronti delle persone omosessuali[4].
- l’accezione discriminatoria considera come omofobia tutti quei comportamenti riconducibili al sessismo che ledono i diritti e la dignità delle persone omosessuali sulla base del loro orientamento sessuale. Rientrano in questa definizione le discriminazioni sul posto di lavoro, nelle istituzioni, nella cultura, gli atti di violenza fisica e psicologica (percosse, insulti, maltrattamenti). Questa definizione – che comprende anche l’acting out[5]. del sentimento discriminatorio – può essere considerata più pertinente al costrutto di omofobia in senso ristretto
- l’accezione psicopatologica considera l’omofobia come una fobia, cioè una irrazionale e persistente paura e repulsione nei confronti delle persone omosessuali che compromette il funzionamento psicologico della persona che ne presenta i sintomi. Tale valutazione diagnostica includerebbe quindi l’omofobia all’interno della categoria diagnostica dei disturbi d’ansia e rientrerebbe all’interno dell’etichetta di fobia specifica[6]. A differenza delle prime due accezioni, l’omofobia come fobia specifica non è frutto di un consapevole pregiudizio negativo nei confronti dell’omosessualità quanto piuttosto di una dinamica irrazionale legata ai vissuti personali del soggetto. Quest’ultima definizione, per quanto più attinente alla radice etimologica del termine, ad oggi non è sostenuta da una letteratura sufficiente da farla inserire nei principali manuali psicodiagnostici[7].
QUINDI SE TUTTO CIO’ CHE E’ STATO DETTO SIN ORA E’:
PREGIUDIZIO
Il termine pregiudizio (dal latino “prae“, prima e “iudicium“, giudizio) può assumere diversi significati, tutti in qualche modo collegati alla nozione di “giudizio prematuro” (cioè parziale e basato su argomenti insufficienti e su una loro non completa o indiretta conoscenza).
Nel linguaggio della psicologia sociale, quando si parla di pregiudizi ci si riferisce a un tipo particolare di atteggiamenti. Propriamente, sono atteggiamenti intergruppo, cioè posizioni di favore o sfavore che hanno per oggetto un gruppo, si formano nelle relazioni intergruppo e risultano largamente condivise. In psicologia sociale ci si è interessati soprattutto dei pregiudizi negativi; ma ne esistono anche di positivi e di neutrali. Il pregiudizio può essere analizzato da un punto di vista antropologico perché nasce dal comune modo di approcciarsi verso la realtà. Fa parte quindi del senso comune, che è quella forma di pensiero e di ragionamento che appartiene a una cultura e ne plasma la produzione culturale in modo inconsapevole. Si può dire anche che i pregiudizi sono culturali nel senso che variano da cultura a cultura. Ad esempio gli europei hanno determinati pregiudizi nei confronti delle qualità fisiche e psicologiche della razza nera. Molte tribù africane, all’opposto, pensano che gli europei siano portatori di stregoneria nella loro terra. Inoltre vi sono basi psicologiche perché è un pensiero che si basa sulle paure e le fobie del singolo individuo. Ad esempio, un pregiudizio può portare al razzismo, perché si ha paura dell’altro, dell’altra cultura, specie quando la si conosce poco. Dunque l’ignoranza in un determinato campo porta al pregiudizio.Un pregiudizio è generalmente basato su una predilezione immotivata per un particolare punto di vista o una particolare ideologia. Un tale pregiudizio può ad esempio condurre ad accettare o rifiutare la verità di una dichiarazione non in base alla forza degli argomenti a supporto della dichiarazione stessa, ma in base alla corrispondenza alle proprie idee preconcette. Senza quindi alcuna riflessione.
Ciò non significa che sia necessario, prima di affrontare qualsiasi questione, liberarsi da ogni pregiudizio (Raimon Panikkar ha dimostrato l’impossibilità di una tale operazione, cui Hannah Arendt aveva già accennato alla fine del libro Le origini del totalitarismo), ma solo che di ogni proprio pregiudizio vada assunta piena consapevolezza, al fine di relativizzarne il peso e di abbandonare ogni insostenibile pretesa di verità a priori.
QUINDI PER NON ESSERE PREGIUDIZIEVOLI MA RISPETTOSI GIURIDICAMENTE NEI CONFRONTI DEI LIMITI CONCESSI ALLA SESSUALITA’, DOBBIAMO ACCETTARE E DIFENDERE DALLA DISCRIMINAZIONE TUTTO QUEL CHE STA AL DI FUORI DELLA SESSUALITA’ A FINI DELLA CONSERVAZIONE DELLA SPECIE, OVVERO IL VIZIETTO:
UOMO/UOMO
DONNA/DONNA
DONNA/UOMO/DONNA
UOMO/DONNA/UOMO
con due, tre o più elementi, indistintamente impegnati.
NE CONSEGUE CHE LA MORALE COMUNE O LA CAMPAGNA ELETTORALE IMPONE UNA CANCELLAZIONE DEL TERMINE “DEVIANZA SESSUALE” NEL CASO DELL’OMOSESSUALITA’ ED UN ALLARGAMENTO DELLA DEMARCAZIONE DEL “POSSIBILE”.
A QUESTO PUNTO, PER PARI OPPORTUNITA’ E PER NON ESSERE TACCIATI DI OMOFOBIA, DOVREMMO SENTIRCI COSTRETTI A CANCELLARE IL TERMINE “DEVIANZA SESSUALE” ANCHE NEL CASO DELLA:
PEDOFILIA
La pedofilia è una forma di devianza sessuale che consiste nell’attrazione sessuale da parte di un soggetto sessualmente maturo nei confronti di soggetti che invece non lo sono ancora, cioè in età pre-puberale, ossia bambini o preadolescenti non ancora sviluppati fisicamente. Benché non ci sia un limite d’età ben preciso, perché esso varia da persona a persona e da cultura a cultura, nel mondo occidentale tale limite oscilla generalmente tra i 12 e 15 anni.
E’ solo questione di attendere un po e la normalità si estenderà ancora …
perchè è solo una questione di voti.
Il Terzo Millennio è appena iniziato e … chi ben inizia – meglio finisce!
Peccato che la fame nel mondo, l’impoverimento e la desertificazione del Pianeta non rientrino nelle DEVIANZE SESSUALI.














